Diciamoci la verità: ognuno nel suo luogo di abitazione ha il suo stereotipo di vicino di casa. Abbiamo la vecchia acida che ti guarda da dietro la porta socchiusa quasi spaventata, la “zengara arresajuta” che, nonostante le sue origine quasi sotterranee, ti guarda dall’alto in basso senza salutarti in mezzo alle scale. Oppure la zitella in crisi di mezz’età che è uno spasso, quella che la domenica mattina mette i revival della sua giovinezza a tutto volume mentre fa le pulizie della casa.
Poi ci sono i casi più unici che rari. Chiedete ad Angelus, lui ha ben molta più esperienza nel campo.
E poi ci sono io, che oltre a sopportare i vicini di casa devo sopportare un’altra forma di vicinato, quella di palazzo.
In realtà all’inizio stavo preparando tutt’altro tipo di post. Ma sono stato colpito da un video.
Chi mi conosce sa che sono praticamente un fan sfegatato di ClioMakeUp :) nonostante la mia carta d’identità mi dice che sono di sesso maschile. I trucchi di Clio ovviamente non li provo su di me ma sulla mia malcapitata sorella (che però fino ad adesso non si è mai lamentata e ha sempre avuto tantissimi complimenti). Io penso che il make up non sia soltanto un modo per essere belli, modificare i piccoli difettucci della pelle o segno di frivolezza ma può essere considerata anche essa un’arte visiva a tutti gli effetti.
Ma non è di questo che voglio parlarvi. Ne tanto meno degli splendidi tutorial di Clio. Ma di un altro video che mi ha colpito molto. Questo.
Io parlo sempre di voler andare all’estero con i miei amici. La mia meta preferita sarebbe la Germania oppure la Svezia. Ma in realtà dentro di me ho un grande terrore nel partire.
Il cielo stellato che fa a pugni con uno scintillio di luci colorate. Vestiti sgargianti e sete preziose che il reale contadinotto non può permettersi. Musichette assordanti che ci credo che nasce il bambin Gesù che non viene a darci la buona novella ma semplicemente di spegnere “ste sfaccim ‘e luci e sta ca** ‘music” che non riesce a dormire.
E in questo pittoresco quadro natalizio, con ameni personaggini e simpatiche allusioni, alla destra del padre (o alla sinistra vedete voi come più vi aggrada la disposizione), la Maddalena si pente dei propri peccati.
Come quello delle labbra a canotto che non si possono guardare? Come quella di essersi candidata nel PD nel 2008? Come essere diventata “famosa” per le sue gambe ed essere caduta in passo come opinionista fissa di Pomeriggio Cinque?
Che se lo scelga lei…ho i miei peccati a cui pensare ehehehe.
Quest’anno come potete vedere è inutile fare la fila a San Gregorio Armeno per decorare il presepe. Alle statuine ci pensa Kblog.it con il suo “Presepe dei blogger 2010″ con i personaggi più amati/odiati del mondo moderno. Clicca sul link e adotta la tua statuina personale e dai un caldo alloggio ad un personaggio dello showbiz!!
In fondo anche i grandi presepisti cedono al fascino dello spettacolo…
E’ pensare che sono sempre stata una persona con un forte spirito di gruppo. Non potevo vivere senza almeno una persona accanto. Sia chiaro, una persona, un amico. Le relazioni mi hanno sempre stancato presto, c’era troppa continuità, routine. “Una sticky situation che non va ne su ne giù”.
Adesso sono cambiato. Ho un ossessione. Un pensiero fisso che occupa la mia testa. Che mi fa trasalire se ci penso da solo in casa con la luce spenta.
Immagini che si ripetono continuamente nella mia testa, come un carosello di carta velina che proietta ombre sui muri. Si le ombre possono far paura. Scontornate, sfumate, senza corpo ne tempo, nascoste e presenti anche se il buio sembra assalirti.
Ma le mie ombre, se così possiamo chiamarle, non sono così. Hanno dei lineamenti decisi, squadrati. Sono palpabili, semirigide e a morderle avranno anche il loro sapore un po’ secco, che si appiccica al palato.
Sono di certo colorate con colori di altri tempi. Dorato, avorio e rosso Borgogna. Come quelli di un arazzo medievale. Come i colori di uno stendardo di una famiglia reale che svetta accanto ad un altare tra il crocefisso e la riproduzione vitrea di San Nazario in quel santuario che ben visibilmente nascosto cela segreti che sono svaniti nel tempo. Solo qualche fotografia, qualche parola sparsa tra i libri sopravvissuti all’incendio e in qualche delirio dei poveri anziani del villaggio che neanche i più giovani vogliono più sentire la domenica dopo la messa. Sempre se alla messa trovi ancora qualche giovane.
Perché sono certo che non aspettavate altro che una recensione dal vostro Antonio eh? Quindi godetevi questa piccola ma intensa recensione non più su un prodotto dello schermo ma su un romanzo che davvero mi ha fatto sognare e fuggire dal tristo mondo che è qui fuori.
Signore e signori diamo il benvenuto a Zafon con il suo romanzo “Il gioco dell’angelo” *applausi*
Prima di tutto un po’ di info sulla trama. Proverò a sintetizzarla perché è davvero ricca e descriverla nei minimi dettagli equivale a rovinarvi tutte le sorprese del libro. Accontentatevi di questo sunto :)
“Il romanzo è ambientato in una misteriosa Barcellona agli inizi del secolo. David Martin è un ragazzo non proprio benestante che cresce con il sogno di diventare uno scrittore. Però si sa che se manca il soldo manca il successo quindi deve accontentarsi di lavorare come contabile in un giornale locale, “La voce dell’industria”. Ma la ruota gira e per un puro caso ha la possibilità di pubblicare un racconto sul giornale che lo renderà famoso e che lo porterà a scrivere una serie di successo. Il successo lo porterà all’attenzione di un distinto ma ambiguo committente che gli propone un offerta esagerata per un libro davvero originale. Rifiutare? Non sia mai. Ovviamente la fama ha anche i suoi lati negativi come l’invidia di colleghi e l’essere costretto ad azioni non felici pur di mantenere il successo. E come se non bastasse ci si mette contro la salute, il lato sentimentale, la nuova casa che è sempre meno sweet e un po’ di problemi con la legge che male non fanno.”